Birmania: il mio primo giorno al monastero Pa-Auk

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La Birmania mi attirava da ormai 7 anni ed ogni anno per una ragione o un’altra sceglievo un altro itinerario. Moltissimo tempo fa, quando ancora viaggiavo con mio padre, lui mi disse in Birmania ci andrai da sola…e così è stato.

La Birmania mi ispirava per la pianura di Bagan, per il lago Inle, per i visi sorridenti cosparsi di thanaka, ma anche per quei monaci e monache che praticano il buddismo, vivono una vita semplice, senza attacamento e supeficialità dedicandosi unicamente alla meditazione.

Tutta l’Asia mi ha sempre attirato per le sue filosofie, religioni, rituali, tradizioni; mi piace studiare la gente e le differenti abitudini, è un modo per crearmi degli stimoli e riflettere sulla mia vita. Fin da bimba vivo di questi stimoli, che nel corso degli anni mi arricchiscono sempre di più, perchè mettendo un mattone sopra l’altro costruiscono il mio modo di essere ed il mio modo di vedere la vita.

A giugno avevo già deciso, questo viaggio in Myanmar mi darà una spinta in più.

Arrivato ottobre ho capito che la spinta in più si chiamava Pa-Auk Forest Monastery.

La seconda spinta che mi dava questo viaggio era partire da sola, dopo tanti anni riviaggiare senza poter appoggiarmi a nessuno, senza poter condividere con le persone che più amo.

PA-AUK FOREST MONASTERY

Arrivata a Yangon, dopo un giorno ed una notte per riprendermi dal viaggio in aereo, parto in direzione Mawlamyine, nello stato Mon verso sud.

Dopo 7 ore di pullman mi lasciano sulla strada e mi trovo proprio di fronte al portale d’ingesso con grandi pilastri ricoperti di oro.

 

Dopo aver percorso il lungo vialone che porta alla parte centrale del complesso, mi fermo a fare le formalità d’ingresso, mi viene assegnata una stanza e mi vengono forniti un piatto, una ciotola, un cucchiaio ed un bicchiere per i pasti.

Ricevo inoltre la spiegazione di come verrà suddivisa la mia giornata.

I ritmi saranno serrati, mi aspettano 7 ore e mezza di meditazione al giorno, sveglia presto, tre pasti tutti prima delle 10,30 ed a letto presto.

Vengo poi accompagnata alla stanza, che dovrò condividere con un’altra ragazza tedesca, l’unica europea eccetto me nel monastero.

Il mio alloggio è situato nell’ala femminile del monastero e secondo il regolarmente non mi è possibile avvicinare un monaco da sola, posso farlo solo se in compagnia di un’altra persona.

La stanza che mi è stata affidata è molto semplice: due stuoie, una zanzariera, un lavabo per le stoviglie, un bagno composto da wc, lavandino e doccia.

La luce del bagno non funziona, quindi bisogna utilizzarlo solo nelle ore diurne, inoltre non essendoci piatto doccia ed uno “scarico” poco funzionante, il bagno è quasi sempre allagato. Al momento del mio arrivo era ormai già pomeriggio, quindi tutti i pasti erano già serviti e la mia pratica incominciava con il giorno successivo.

Alle 19,30 al rientro della mia coinquilina scambiamo qualche chiacchera, sistemiamo il “letto” e ci addormentiamo… si fa per dire, perchè la stuoina è così tanto sottile da non rendere il giaciglio più morbido del pavimento, inoltre la zanzariera è una sola, quindi ci troviamo in due sotto una piccola zanzariera.

La notte passa senza quasi aver dormito quando veniamo “svegliate” da uno strano e forte rumore creato dalla percussione di un legno su un legno più grande cavo ed appeso…ma non è tanto questo a svegliarci quando il susseguire degli ululati dei cani.

IL MIO PRIMO GIORNO IN MONASTERO

Sono le 3 e 30 del mattino.

Mi alzo con la schiena indolenzita, un paio di punture di zanzare, già appiccicosa per il caldo che non cessa e le occhiaie fino a sotto i piedi.

E’ l’ora della meditazione.

Sono già abituata alla meditazione, ho già praticato anche la Vipassana, stare a gambe incrociate dopo anni di Yoga non dovrebbe essere un grande problema.

Ci mettiamo in fila per raggiungere la sala della meditazione; prima le monache, poi gli esterni ( cioè noi ) e poi chi studia per diventare monaca.

Raggiunta la stanza di meditazione mi ritrovo in una sala strana, molto grande, tutta dipinta di bianco, con un altare in fondo centralmente e tante “tende da campeggio” con la sola zanzariera. Capisco che se voglio riuscire a meditare devo riuscire a procurarmi un posto sotto una di quelle tende.

Dopo i primi attimi di smarrimento me ne viene assegnata una.

Non avendo ancora avuto l’incontro con il mio insegnante devo arrangiarmi per la meditazione da me, incomincio così a sistemarmi nella posizione a gambe incrociate.

Il primo momento è dedicato ai canti devozionali, cala poi il silenzio, si spengono le luci.

Decido così di chiudere gli occhi ed incominciare a portare l’attenzione al respiro.

I miei tanti pensieri iniziano d’un tratto ad affollare la mia mente, ma poi se ne vanno.

La prima ore e mezza di meditazione passa discretamente, la temperatura è abbastanza piacevole da non distrarmi, le gambe e la schiena non sono ancora sofferenti.

La meditazione finisce alle 5,30 arriva così l’ora della colazione!

Mi rimetto in fila lungo il vialone e così mi rendo conto di entrare a far parte di quelle fotografie che avevo visto sulla Birmania…la fila di monaci che aspettano il pasto, ma questa volta nella fila ci sono anche io.

L’atmosfera è surreale, è ancora scuro, regna il silenzio, le facce delle monache sono impassibili, nè gioia nè dolore, nessuna espressione.

Aspetto con pazienza il mio turno fino a quando arrivo alla cucina. La colazione è piuttosto abbondante, il piatto principale è fatto da Mohinga. Questo tipico piatto burmanese consiste in una zuppa di noodle di riso, farina di ceci, diverse spezie quli zenzero, lemongrass, aglio, cipolla, coriandolo ed alcune volte pesce, ma non in questo caso perchè la cucina è prettamente vegetariana. Durante la colazione, che porto in stanza, ho modo di scambiare due chiacchere con la mia coinquilina tedesca, che è in partenza.

Entrambe arriviamo alla conclusione che questa potrebbe essere un’esperienza che tutti una volta nella vita dovrebbero fare, semplicemente per riordinare il valore delle cose, per ridare senso alla propria vita, per ricordarci ciò che serve veramente e per capire come proseguire.

Entrambe però capiamo che forse a noi questa esperienza non serviva, entrambe abbiamo già modo quotidianamente di riflettere su questi argomenti, entrambe abbiamo fatto delle scelte di vita, entrambe cerchiamo di orientarci ad un miglioramento, entrambe non abbiamo una tv in casa, abbiamo fatto delle scelte alimentari in linea con la salute e secondo il rispetto degli animali e dell’ambiente, entrambe pratichiamo yoga e ricerchiamo dentro di noi, cerchiamo di sgrovigliare quella grossa matassa chiamata esistenza e pian piano togliere i veli della Maya; ma anche entrambe ci rendiamo conto che nonostante tutti i nostri tentativi rimaniamo ancora collegate ed influenzate dalla società…utilizziamo un computer, abbiamo un cellulare di ultima generazione…sì cerchiamo di fare di questi oggetti il miglior uso…ma alla fine non è sempre facile.

Dopo aver capito quindi alla fine che non avevo bisogno di questa esperienza e che mio padre ed il mio compagno avevano pienamene ragione dicendomi che ho già tutti i mezzi da poter utilizzare per la mia realizzazione, accetto la mia testardaggine, che nonostante tutto mi ha portato qui, a fare questa centesima esperienza.

Ed è forse questo il peggior, ma anche miglior momento, quello nel quale mi rendo conto che sono sempre alla disperata ricerca.

Viaggio perchè non riesco a trovare me stessa, studio perchè non mi basta, ho sete di sapere, sete di provare, sete di realizzare.

Una sete che alcune volte mi sembra insana.

Forse è questa la mia più grande realizzazione del momento, forse non avevo bisogno di questo viaggio.

Ma ormai sono qui e so che qualcosa di nuovo ne verrà fuori.

Saluto la mia coinquilina, di cui non so nome ed età.

Il tempo restante lo occupo con un po’ di pratica di Yoga come mi consigliano le regole del monastero.

E’ già tempo di tornare alla prossima meditazione, sono le 7,30.

Questa volta la meditazione dopo il pasto risulta un po’ più difficile; incomincio a sentire la stanchezza e mi distraggo sempre più facilmente…un ora e mezza sembra infinita.

Finita la meditazione non faccio quasi in tempo a tornare alla stanza che è ora di pranzo, nuovamente mi rimetto in fila, questa volta da sola, salgo in camera e mangio in silenzio.

Mi rendo conto che la mia giornata è scandita dalla meditazione e dai pasti, i miei bisogni e necessità scompaiono.

Seguono così nella giornata altri tre gruppi di meditazione, fino a quando esco alle 19,30 con le gambe e la schiena distrutte, un po’ segnata dalle ultime meditazioni che non sono state un grande successo causa il sonno, la posizione, il caldo, il rumore delle zanzare.

Mi ritiro allora nella mia stanza e solo allora nel buio della notte mi ricordo che, sì ,la luce del bagno è rotta…faccio una specie di doccia al buio e mi accuccio sulla stuoina nella zanzariera, sola, al caldo; per tutta la giornata, dopo la ragazza tedesca, non ho parlato con nessuno. Per qualche momento mi sento nuda nelle mie paure e debolezze, ma prendendone coscienza mi rendo conto che è un bene accorgermi che ci sono, far finta di non vedere non porta ad un miglioramento.

Chiudo gli occhi e cerco di dormire, ma nonostante la stanchezza, non ho grande successo.

Domani mi aspettano 7 ore e mezzo di meditazione.

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Classe 87, cresce con lo Yoga, uno stile di vita naturale ed…

2 Comments

  1. che bel racconto! mi hai fatto ritornare su pensieri che avevo già formulato e “chissà perchè” dimenticato…

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